Il Karate tradizionale è nato in Giappone come arte di autodifesa. Esso si basava sul principio della difesa senza armi, utilizzando totalmente il corpo, e richiedeva dei requisiti essenziali. Massima forza d'impatto, economia di movimenti, controllo delle emozioni, questi erano i requisiti essenziali per poter contrastare e respingere qualsiasi tipo di attacco; per ottenere tali requisiti era necessario acquisire una sufficiente disciplina mentale abbinata ad un movimento globale del corpo al fine di generare, in un preciso istante, la massima concentrazione di potenza nel minor tempo possibile. Il Karate tradizionale prevede l'esecuzione di tecniche di abilità mantenendo un autocontrollo psicofisico. E' basato sul concetto di continue ripetizioni, alla costante ricerca della migliore esecuzione. Le tecniche, eseguite in maniera ottimale, eliminano i movimenti non essenziali allo scopo di incrementare al massimo la potenza. La continua ricerca, unitamente al minor numero di movimenti utilizzati per il massimo rendimento, sono gli elementi fondamentali che rendono il Karate tradizionale un Arte Marziale. Gichin Funakoshi (1868-1957) Allievo di Anko Itosu (maestro che divulgò il karate nelle scuole e nella polizia) e fondatore dello stile Shotokan, negli anni Venti diffuse il karate in Giappone riuscendo ad inserirlo nel Budo, cioè nel complesso delle arti da combattimento tradizionali. Impresa realizzata non senza difficoltà, perché in Giappone lo scetticismo nei confronti di un'arte "straniera"e priva di tradizioni era profondo. Il valore del karate fu però riconosciuto tanto che quest'arte divenne, come judo, kendo, sumo e aikido una delle materie insegnate nelle università giapponesi. Lo Shotokan Dopo repentini spostamenti del proprio dojo (spazio in cui si svolge l'allenamento), Gichin Funakoshi riuscì a costruire, in seguito ad una raccolta di denaro tra allievi ed estimatori, il proprio dojo shotokan. Esso diventa il centro dell'insegnamento del karate di Funakoshi ed è frequentato da numerosi allievi fino al bombardamento del marzo 1945, durante il quale è raso al suolo. Perché il nome Shotokan? G. Funakoshi componeva fin da giovane delle poesie, che scriveva con notevole perizia calligrafica e che firmava con lo pseudonimo di Shoto (=fruscio della pineta). In gioventù, infatti, egli camminava spesso in mezzo in mezzo alle colline e alle foreste del suo paese e il fruscio dei pini lo accompagna da allora. Firmando Shoto le sue poesie, ricorda così la sua infanzia e giovinezza. E quando sceglie Shoto come nome del suo dojo di karate vuole ancora legare l'immagine del fruscio della pineta alla "via" che segue nel karate. È nella primavera del 1938 che egli affigge l'insegna "Shotokan" (kan significa casa o dojo) davanti al suo dojo. G. Funakoshi ha settant'anni. Da questo momento egli stabilisce una gerarchia di "kyu" e "dan" per designare i gradi degli allievi ed elabora i corsi che sono tenuti dai suoi allievi più anziani. Delega in ogni università, la responsabilità dell'insegnamento all'allievo più anziano e avanzato nel karate, e quella del dojo shotokan al suo terzo figlio Yoshitaka. La sua scuola comincia ad allargarsi al di fuori di Tokyo, con il trasferimento in provincia dei suoi allievi più anziani. Funakoshi effettua quindi, di tanto in tanto, un viaggio più o meno lungo. Nel frattempo suo figlio Yoshitaka si allena con lo scopo di succedere a suo padre alla testa dello Shotokan. Benché di salute cagionevole fin dall'infanzia, Yoshitaka diventa alla fine, al prezzo di sforzi appassionati, un esperto di incontestabile della propria arte. Egli apporta al karate di suo padre parecchie modifiche, che quest'ultimo non sempre apprezza. Yoshitaka introduce maggiore ampiezza e dinamismo nell'esecuzione delle tecniche. Lo stile attuale proviene più da Yoshitaka che da suo padre.

Joomla templates by a4joomla